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Pizzo Calabro

Pizzo Calabro è un comune  della provincia di Vibo Valentia in Calabria.  Paese particolarmente rinomato perché arroccato su un  promontorio di tufo a picco sul mare, al centro del Golfo di Sant’Eufemia. Si tratta di un borgo pittoresco che vanta anche una storica tradizione gelatiera, tanto da essere conosciuto anche come la “città del gelato”. Tutto il borgo è uno scrigno di luoghi affascinanti e ricchi di storia da scoprire. Si passa dal quattrocentesco Castello costruito da Ferdinando I d'Aragona che, nel 1815, divenne teatro della fucilazione di Gioacchino Murat, alle piazze e ai vicoletti fino ad una chiesa del tutto particolare, ovvero la Chiesetta di Piedigrotta, a circa un chilometro dal centro storico. E’ una meravigliosa opera d’arte dove si intrecciano miti e leggende. Il suo territorio comprende una costa frastagliata, contraddistinta da spiagge sabbiose in alcuni tratti e da scogli in altri. Sulla costa Nord Est, dalla pineta Mediterranea fino alla rocca si estendono quasi 9 km di ampie spiagge sabbiose. Al termine della contrada Marinella si alza la montagna di Vibo, che fa da cortina al territorio, che ha il suo confine con Maierato e Vibo Valentia in alto, sul crinale delle colline. Più a Sud, dove si innalza il masso tufaceo su cui nasce e si sviluppa Pizzo, la costa diventa rocciosa con numerose calette e zone ricche di scogli naturali, nonché diverse grotte, fra cui la Grotta Azzurra, riaperta negli ultimi anni, dopo vari interventi per la protezione dal moto ondoso. Nella zona centrale c'è la spiaggia della Seggiola, piccolo fiordo al centro del masso tufaceo su cui è arroccato l'abitato su cui domina il Castello Aragonese.  
Pizzo città dal fascino antico è un borgo di pescatori mantenuto pressoché integro fino ad oggi. Per il suo mare e le sue Chiese ed i suoi gelati, è diventata una stazione turistica di prima grandezza nel panorama del Turismo Calabrese. Da visitare Castello Murat, dove al suo interno una ricostruzione storica riproduce gli ultimi giorni di vita di Murat, rappresentando i diversi momenti della sua detenzione nelle varie aree del Castello. All’interno delle celle dei sotterranei è stata ricostruita la prigionia, al primo piano è rappresentata la scena del processo, al secondo piano la cella in cui il Re trascorse gli ultimi istanti di vita e scrisse la lettera di addio alla moglie ai suoi quattro figli. Tra i pezzi di maggior pregio custoditi nella collezione spiccano un busto ottocentesco di Murat realizzato dallo scultore Jean J. Catex, un elmo in marmo di una statua equestre di Ferdinando IV del Canova, una collezione di monete antiche e armi risalenti all’Ottocento. La chiesetta di Piedigrotta si trova all’interno di una grotta che si apre nella roccia piena di conchiglie. E’ formata da una serie di profondità, bene articolate e complesse, dove si ergono vari gruppi di statue, affreschi e chiaroscuri, che creano all’interno atmosfere cangianti e mistiche. Le suggestioni variano in base all’inclinazione dei raggi solari che filtrano all’interno grazie a delle apposite aperture ben studiate A breve distanza dalla piazza principale di Pizzo, si trova qualcosa di unico. Il Collezionista di Venti un’opera contemporanea, trasparente, capace di dialogare alla perfezione con ciò che la circonda. Il Castello di Giocacchino Murat dista poche decine di metri. Un lungo asse temporale li separa, o forse no. Da una parte ci sono mura possenti, pietre, il peso della storia. Dall’altra una rete metallica che compone la sagoma di un uomo assorto. Un uomo di oggi e di ieri, fatto di pensieri leggeri. Un uomo sognante che guarda l’orizzonte, il mare e le isole Eolie. L’artefice di tanta meraviglia si chiama Edoardo Tresoldi, un artista capace di far proprio il linguaggio della trasparenza. L’opera appare unica ma così non è. A seconda dell’orario in cui la si osserva cambia aspetto e significato. Così come cambia il punto di vista di chi si sofferma  a guardarla. Lo spazio che occupa è dinamico e mutevole, come lo sono gli spettatori. La sua dimensione immateriale riesce a rispettare alla perfezione lo spirito del luogo. E la scultura ed il paesaggio diventano una sola cosa, capace di scambiarsi reciprocamente contenuti ed emozioni.
Come per molte altre località calabresi, nei secoli scorsi è stata cercata una origine nell'antica Magna Grecia, con qualche eroe eponimo. Ci sono notizie certe dell'esistenza di un forte e di un borgo solo a partire dal 1300, e dell'esistenza di una comunità di monaci Basiliani, mentre restano tracce nel territorio di un'antica attività di pesca, specialmente del tonno. Il nome Pizzo ( = becco d'uccello, punto sporgente) si attaglia perfettamente al promontorio tufaceo che sporge sul mare, elevandosi dalla foce del fiume Angitola, fino alla spiaggia della Marina, dove fu collocato nel XV secolo anche il piccolo forte Aragonese, detto oggi Castello Murat. Pizzo era famosa in epoca borbonica come località di arrivo della nave postale da Napoli, anche se non aveva un porto vero e proprio, e come posto di provenienza di pesci prelibati, in primis il tonno, fresco o sott'olio. I re Borboni spesso facevano richiesta di tonno ed altri pesci, per cui Pizzo andava famosa. I Borboni fecero qualche intervento per Pizzo, e c'è traccia del viaggio del 1854 del Re Ferdinando II, che venne in Calabria con l'esercito napoletano. I Pizzitani gli offrirono ospitalità, in case signorili, ma il re volle accettare l'ospitalità del convento di San Francesco di Paola, cui era devotissimo. Si tramanda che il convento fosse assolutamente impreparato a ricevere il re e che non avessero nemmeno l'acqua cosi Il castello testimonia la presenza degli aragonesi nel XV secolo. Proprio in questo luogo, il castello Aragonese, fu tenuto prigioniero e in seguito condannato a morte Gioacchino Murat, re di Napoli e cognato di Napoleone Bonaparte. Venne fucilato il 13 ottobre 1815, dopo alcuni giorni di prigionia e un processo fatto nella sala principale del castello e fu poi sepolto nella chiesa di San Giorgio. Oggi il castello aragonese di Pizzo viene denominato Castello Murat. Storia Verso il 1880, un artista locale, Angelo Barone, che aveva una piccola cartoleria al centro del paese, decise di dedicare la sua vita a Piedigrotta; ogni giorno raggiungeva a piedi il posto e a colpi di piccone ingrandì la grotta, ne creò altre due laterali e riempi gli ambienti di statue rappresentanti la vita di Gesù e dei Santi. Angelo morì il 19 maggio 1917, subentrò il figlio Alfonso, per sua mano, essa assunse il suo aspetto definitivo. Egli scolpi altri gruppi di statue, capitelli con angeli, bassorilievi con scene sacre, affreschi sulla volta della navata centrale e su quella dell’altare maggiore. Alla sua morte non ci furono continuatori. Purtroppo agli inizi degli anni ’60 la Chiesa fu oggetto di atti vandalici. Fortunatamente alla fine di quello stesso decennio, un nipote di Angelo e Alfonso Barone, di nome Giorgio, decise di tornare a Pizzo dal Canada dove si era trasferito e diventato un rinomato scultore, Sarebbe dovuto rimanere nel suo luogo natale per sole due settimane, ma dopo essere andato a visitare la chiesetta e averla trovata ridotta ad un ammasso di macerie, decise di provare a restaurarla. Rimase a Pizzo diversi mesi lavorando ininterrottamente per fare risorgere il capolavoro creato dai suoi zii. Il restauro si concluse nel ’68 ed ottenne un riconoscimento ufficiale. Leggenda Poi c'è la Chiesetta di Piedigrotta un luogo suggestivo al confine tra storia e leggenda. Una vera e propria caverna, situata a pochi metri dalla riva del mare cristallino della Costa degli Dei, scavata dentro rocce sedimentarie di origine marina. Una facciata semplice delimita quest’anfratto, questo spazio intriso di una sacralità ancestrale; sul tetto è situata una croce in ferro e la statua della Madonna con il Bambino, protettrice della gente di mare. La leggenda, all’origine di questo luogo, accresce lo stupore del visitatore che per la prima volta varca le mura della Chiesetta, trovandosi in un posto senza tempo, di raro fascino, un tesoro d’arte scolpito nella pietra. Da centinaia di anni, si tramanda la leggenda di un naufragio – sebbene non esistano fonti scritte che l’attestino – avvenuto intorno alla metà del ‘600: una violenta tempesta sorprese nel Golfo di Sant’Eufemia un veliero con equipaggio napoletano. I marinai, temendo per la loro vita, cominciarono a pregare, rivolgendosi alla Madonna di Piedigrotta, la cui effige era custodita nella cabina del capitano. Fecero voto alla Vergine che, in caso di salvezza, avrebbero eretto una cappella in suo onore. La nave si inabissò e i marinai riuscirono a salvarsi, raggiungendo a nuoto la riva. Gli unici resti del veliero, giunti sul bagnasciuga, furono il quadro della Madonna di Piedigrotta e la campana di bordo datata 1632. I naufraghi, ormai salvi, pronti a mantenere la promessa data, scavarono nella roccia una piccola cappella e vi collocarono la sacra immagine. La leggenda narra che ci furono in seguito altre tempeste e il quadro, trascinato via dalla furia delle onde, fu sempre ritrovato nel posto dove il veliero si era schiantato contro gli scogli.  
La bellezza di un posto sta anche nel fatto che i turisti ne possano apprezzare la gastronomia locale, i sapori tradizionali e i piatti tipici della regione. Una vacanza ci deve far conoscere tutto del posto che visitiamo, e non solo monumenti, chiese e mare. Il tonno pescato a Pizzo si ritiene, nell’Italia meridionale, superiore a quello delle altre località. Già presso gli antichi il tonno d’Hipponion era rinomato fino in Grecia. Ateneo richiamandosi al poeta comico Archestrato, lo cita come il più ricercato dai buongustai. Un culto quasi, se ancora oggi proprio il tonno all’olio d’oliva di Pizzo e della costa, prodotto da diversi stabilimenti ancora attivi, è il più ricercato e apprezzato. Il pescato è selezionato e il prodotto fresco, che si adopera, è stivato a mano. Ma oltre all’olio d’oliva, non bisogna dimenticare di assaggiare la ventresca, la carne dei lati dell’addome del pesce, particolarmente tenera e prelibata, prodotta dalle stesse aziende, e, ancora, la più celebre bottarga, detta anche caviale di tonno, ottenuta dalle ovaie del pesce. Ben pulite, esse vengono salate, pressate, strette tra canne di bambù e messe a essiccare. Il modo d’impiego più diffuso è a condimento degli spaghetti e per la preparazione delle tartine. Infine il tonno è consumato anche fresco. Oggi Pizzo è una rinomata e molto conosciuta cittadina turistica e località balneare, nota per le splendide coste e per la mitezza del clima, ma anche per le sue specialità gastronomiche, dal tonno fresco o sott’olio, all’ uva “zibibbo , alle fragole esportate in tutta Europa, ai gelati artigianali ed i semifreddi, dei piu’ diversi tipi, frutto di una antica tradizione e particolarmente famosi i tartufi e la nocciola imbottita. Pizzo, dal punto di vista gastronomico, rappresenta un ottimo connubio tra i sapori robusti e piccanti dell’antica tradizione contadina calabrese, gli squisiti salumi e formaggi, e le gustose ricette della cucina marinara, con pesce e i molluschi, sempre freschi, cucinati secondo le antiche ricette locali. La cittadina, circondata da rigogliosi vigneti, produce un’ uva “zibibbo” di eccellente qualita’, nota per la sua dolcezza e da cui deriva il buono vino locale zibibbo. Ma oltre all’olio d’oliva, non bisogna dimenticare di assaggiare la ventresca, la carne dei lati dell’addome del pesce, particolarmente tenera e prelibata, prodotta dalle stesse aziende, e, ancora, la più celebre bottarga, detta anche caviale di tonno, ottenuta dalle ovaie del pesce. Ben pulite, esse vengono salate, pressate, strette tra canne di bambù e messe a essiccare. Il modo d’impiego più diffuso è a condimento degli spaghetti e per la preparazione delle tartine. Pizzo e’ anche la patria del tonno, che viene preparato nei modi piu’ diversi, o conservato sott’olio, ricercato e apprezzato, che si ritiene superiore a quello delle altre località nell’Italia meridionale. Con semplici ingredienti come latte, uovo, zucchero, nocciola, cacao, aromi naturali i Maestri Gelatai di Pizzo Calabro hanno creato uno dei dessert più famosi d’Italia, il Tartufo di Pizzo, la cui ricetta segreta permette di produrre questa prelibatezza dalla tipica forma sferica ed il colore scuro che, ormai da anni, ha varcato i confini regionali diventando uno dei prodotti più apprezzati d'Italia. A renderlo cosi unico è, naturalmente, l'ottimo gelato artigianale con il quale viene preparato nella variante al cioccolato e alla nocciola, ricoperto di cacao in polvere. Il suo gusto inconfondibile e l'elevata qualità delle materie prime con le quali viene prodotto gli sono valsi una grande quantità di estimatori oltre che numerose menzioni in pubblicazioni specializzate.